
L’ARCI aderisce all’appello “Il nostro tempo è adesso”
condividendone lo spirito e i contenuti.
E’ da tanto tempo che continuiamo a denunciare l’insostenibile condizione di assenza di futuro a cui sono costretti i nostri giovani. Le mobilitazioni autunnali contro il decreto Gelmini, l’occupazione di molte scuole e atenei, i cortei studenteschi di metà dicembre sono stati la rappresentazione più efficace di un disagio generazionale profondo che ha coinvolto decine di migliaia di giovani in tutto il Paese. Un disagio rimasto inascoltato da parte di tutto il mondo politico e istituzionale con l’eccezione del Capo dello Stato che ha dedicato gran parte del suo messaggio di fine anno alle giovani generazioni “perché i problemi che essi sentono e si pongono per il futuro sono gli stessi che si pongono per il futuro dell'Italia”.
I temi della qualità dell’offerta formativa e della precarizzazione del mondo del lavoro si intersecano inestricabilmente. Quando si cancella un’intera generazione (e forse più d’una) dall’accesso al mondo del lavoro si producono in prospettiva danni incalcolabili sull’assetto sociale generale. Sembra oramai consegnata per sempre al ricordo quella mobilità sociale che ha finito per essere un grande motore della società moderna, un “ascensore sociale” che fino alla fine del ‘900 ha prodotto un’idea progressiva della storia, per cui ogni genitore consegnava al proprio figlio un ventaglio di opportunità più ampio e qualitativamente migliore del proprio. Questo ha anche garantito un avvicendamento delle classi dirigenti che potevano essere selezionate tra un maggior numero di individui per essere più adatte ai cambiamenti storici e sociali.
Il protagonismo delle giovani generazioni, oggi tarpato e compresso, ci interroga tutti. Il bisogno di cambiamento, la ricerca di un domani che sappia dare gambe a sogni e competenze, la necessità di nuovi spazi sociali dove rendere effettivo il diritto alla cittadinanza partecipativa, sono temi che nessun ordine del giorno può più ingnorare.
Per tutto ciò l’ARCI prenderà parte alla grande mobilitazione del 9 aprile, per ridare futuro al nostro Paese e per cominciare oggi a scrivere questa nuova pagina.
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Il nostro tempo è adesso
La vita non aspetta
Non c’è più tempo per l’attesa. E’ il tempo per la nostra generazione di prendere spazi e alzare la voce. Per dire che questo paese non ci somiglia, ma non abbiamo alcuna intenzione di abbandonarlo. Soprattutto nelle mani di chi lo umilia quotidianamente.
Siamo la grande risorsa di questo paese. Eppure questo paese ci tiene ai margini. Senza di noi decine di migliaia di imprese ed enti pubblici, università e studi professionali non saprebbero più a chi chiedere braccia e cervello e su chi scaricare i costi della crisi. Così il nostro paese ci spreme e ci spreca allo stesso tempo.
Siamo una generazione precaria: senza lavoro, sottopagati o costretti al lavoro invisibile e gratuito, condannati a una lunghissima dipendenza dai genitori. La precarietà per noi si fa vita, assenza quotidiana di diritti: dal diritto allo studio al diritto alla casa, dal reddito alla salute, alla possibilità di realizzare la propria felicità affettiva. Soprattutto per le giovani donne, su cui pesa il ricatto di una contrapposizione tra lavoro e vita.
Non siamo più disposti a vivere in un paese così profondamente ingiusto. Lo spettacolo delle nostre vite inutilmente faticose, delle aspettative tradite, delle fughe all’estero per cercare opportunità e garanzie che in Italia non esistono, non è più tollerabile. Come non sono più tollerabili i privilegi e le disuguaglianze che rendono impossibile la liberazione delle tante potenzialità represse.
Non è più tempo solo di resistere, ma di passare all’azione, un’azione comune, perché ormai si è infranta l’illusione della salvezza individuale. Per raccontare chi siamo e non essere raccontati, per vivere e non sopravvivere, per stare insieme e non da soli.
Vogliamo tutto un altro paese. Non più schiavo di rendite, raccomandazioni e clientele. Pretendiamo un paese che permetta a tutti di studiare, di lavorare, di inventare. Che investa sulla ricerca, che valorizzi i nostri talenti e la nostra motivazione, che sostenga economicamente chi perde il lavoro, chi lo cerca e chi non lo trova, chi vuole scommettere su idee nuove e ambiziose, chi vuole formarsi in autonomia. Vogliamo un paese che entri davvero in Europa.
Siamo stanchi di questa vita insostenibile, ma scegliamo di restare. Questo grido è un appello a tutti a scendere in piazza: a chi ha lavori precari o sottopagati, a chi non riesce a pagare l’affitto, a chi è stanco di chiedere soldi ai genitori, a chi chiede un mutuo e non glielo danno, a chi il lavoro non lo trova e a chi passa da uno stage all’altro, alle studentesse e agli studenti che hanno scosso l’Italia, a chi studia e a chi non lo può fare, a tutti coloro che la precarietà non la vivono in prima persona e a quelli che la “pagano” ai loro figli. Lo chiediamo a tutti quelli che hanno intenzione di riprendersi questo tempo, di scommettere sul presente ancor prima che sul futuro, e che hanno intenzione di farlo adesso.
Tutti in piazza il 9 Aprile.
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